Un'isola protetta

Un'isola protetta

di Andrea Bignardi

L’Alto Jonio Cosentino è una terra appartata, quasi un’isola protetta com’è ad ovest dal massiccio del Pollino e bagnata a est dal Mar Jonio: il Capo Spulico che segnava l’antico confine tra Siritide e Sibaritide separa il Golfo di Taranto da quello di Corigliano. Una terra di transizione e di incontro tra più culture, anche enogastronomiche, in cui nascono, per via del suo microclima particolarmente mite e poco piovoso, protetto dai venti freddi provenienti dal Nord, eccellenze dalle caratteristiche organolettiche uniche nel proprio genere. Terra di uliveti e soprattutto di frutteti, tra cui spiccano cultivar davvero introvabili. Un vero e proprio scrigno di produzioni che incarnano la dieta mediterranea nel suo riuscito connubio tra prodotti del mare e dei monti, senza contare gli influssi della cultura arbereshe, ancora viva nelle quattro comunità (Castroregio, Farneta, Plataci e Civita) insediatesi a partire dal ‘400 alle pendici del Pollino. Si entra da Nord, a Rocca Imperiale, provenendo dalla vicina Piana del Metapontino, denominata la “California del Sud Italia” per la ricchezza delle sue derrate agricole. Qui i limoneti si inerpicano sulla collina che cinge il castello medioevale, edificato per volontà di Federico II di Svevia a metà del XIII secolo ed ancora ammirabile in tutto il suo splendore. Per via delle sue proprietà eccellenti, il limone di Rocca imperiale può fregiarsi del marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta). Scendendo lungo il litorale, s’incontrano Montegiordano, patria della stigliola, piatto a base di interiora di capretto, sito di sosta nei viaggi tra Taranto e Crotone per il matematico Pitagora e sede ancora oggi di vigneti in fase di recupero e valorizzazione, e Roseto Capo Spulico, dove sorge un altro castello federiciano a picco sul mare, ai piedi del centro storico: su queste colline, dove un tempo era diffusa la coltivazione delle rose che secondo la leggenda popolare diffusa in loco erano adoperate per riempire i guanciali dei letti delle notabili sibarite, oggi si coltiva la ciliegia de.co., recentemente valorizzata, materia prima per prodotti derivati di grande prestigio, come il liquore Cerasum, ottenuto dall’infusione dei frutti in alcol. Non solo ciliegie ma anche prodotti della panificazione come la “pitta liscia” completano il paniere enogastronomico della cittadina. Pochi chilometri più avanti, se non si opta di deviare lungo il greto del fiume Ferro, per un salto nell’entroterra, così da ammirare il centro storico ed il castello aragonese di Oriolo, ecco Amendolara, l’antica Lagaria secondo il geografo del I secolo d.C. Strabone, dove si conservano i resti di un magnifico castello, anch’esso costruito per volontà dello Stupor Mundi. Di fronte alle coste, a sei miglia dal Capo Spulico su cui si erge la magnificente Torre Spaccata, così denominata per la sua caratteristica forma derivata dall’erosione dei flutti, vi è una secca – all’altezza della quale si pescano ricercatissime aragoste – che secondo leggende e successive ricostruzioni storiche nasconderebbe ciò che resta della mitologica isola di Ogigia dell’omerica Odissea. Anche in questo territorio non mancano prodotti della terra che rimandano all’etimologia stessa del suo nome. L’antica Amygdalaria era infatti la “città delle mandorle”: in fase di recupero e valorizzazione è la cultivar della “pizzutella” oltre che di altre varietà come la “mezza mullisa” e la “mullisa piccola” di questo prezioso frutto che per secoli ha rappresentato il pilastro dell’economia locale. Si prosegue lungo la litoranea jonica, in un’atmosfera selvaggia, fuori dal caos dei circuiti turistici tradizionali, per approdare, metaforicamente parlando, a Trebisacce, vivacissima cittadina dalla gloriosa tradizione marittima. A pochi passi dalle barche in secca, tra le casette abbarbicate ai piedi del “Bastione” seicentesco, non mancano pescherie in cui è possibile ancora oggi acquistare uno dei prodotti di punta dell’enogastronomia calabrese: la sardella piccante, preparazione a base di bianchetti di media taglia e peperoncino locale. A differenza della variante che si degusta nel basso Jonio (anche quest’ultima assolutamente degna di nota) come a Cariati o Ciró Marina, dove la si apprezza per una consistenza simile a quella di una crema, si caratterizza per l’uso di pescato di taglia e consistenza maggiore. Ma Trebisacce è ancor più nota tra i gourmand esperti per essere la patria del Biondo Tardivo, anch’esso incluso nell’elenco dei Pat (prodotti agroalimentari tradizionali): si tratta di una particolare cultivar di arance che si distingue per una maturazione tardiva, che avviene tra la fine della primavera e l’inizio della stagione estiva a differenza delle altre varianti maggiormente diffuse sul mercato, tipicamente invernali. Un paniere ricchissimo di prodotti che, purtroppo o per fortuna, in buona parte e fatte le dovute eccezioni, non è ancora adeguatamente valorizzato ed apprezzato dai circuiti del turismo enogastronomico. Dal pane di Cerchiara presidio slow food, due chili e mezzo mediamente per forma, conservabile fino a dieci giorni, a prodotti meno conosciuti ma non meno rappresentativi della panorama culinario locale come i “crisp” (caratteristiche zeppole salate fritte in abbondante olio d’oliva), il salame crudo di Albidona, anch’esso recentemente inserito nella lista dei Pat (Prodotti agroalimentari tradizionali), alla miriade di paste fresche (dai firzuw’ – fusilli al ferretto – ai raskatill’ – simili a gnocchetti – alla shedritlat, matassa intrecciata tipica dei paesi di cultura arbereshe), fino a specialità di nuova introduzione sul mercato come l’amaro Ulivar o quello alle erbe del Pollino o il liquore al piretto (ibrido tra il limone ed il bergamotto) prodotto nel borgo albanese di Civita, ai piedi del massiccio del Pollino, per poi chiudere in dolcezza con i cannariculi, simili ai turdiddi lucani, aromatizzati in mosto d’uva e successivamente fritti, tipici del periodo natalizio.

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